
La nuova generazione videoludica ha portato con sé lo sbarco degli
indie sulle console, aprendosi quindi a un’area tutta nuova del mondo
dei videogiochi, che è croce e delizia del settore
(un’intro del
genere l’abbiamo adottata per The Bug Butcher, e gli autori degli
articoli sono diversi – vai a sapere se vuol dire qualcosa NdD).
Gli indie infatti, questo lo sappiamo tutti, possono essere prodotti in
cui un’idea geniale può esprimersi con uno sviluppo non estremamente
complesso e più modesto rispetto agli altisonanti “Tripla A”, riuscendo
anche a entrare nei cuori degli appassionati.D’altro canto un indie senza una buona idea di fondo, che sia di tipo
narrativo o prettamente “giocoso”, finisce per affondare nel
dimenticatoio grazie alla sua stessa mediocrità. I Want To Be Human è,
per l’appunto, uno dei tanti indie che ormai popolano il PlayStation
Store alla ricerca di un suo posto preciso, il cui scopo dovrebbe essere
emergere. Ma come lo fa? Scopriamolo insieme.Il plot di I Want To Be Human si presenta, già dal primo avvio,
completamente pazzo e sgangherato. Dalla presentazione dei protagonisti
possiamo renderci conto della natura “non-sense” del titolo, che ci
mette davanti la storia d’amore proibita fra un vampiro e uno zombie in
un mondo asettico, in cui la malvagia “Smile Tech” vieta l’amore e
rapisce chiunque venga colto in flagrante. I nostri protagonisti
verranno infatti catturati e imprigionati, salvo poi liberarsi e cercare
di fuggire con il solo ausilio di un fucile. Se pensate che questo non
sia abbastanza insensato, sappiate solo che lei verrà trasformata in uno
zombie, e lui in un incrocio fra un cappello e un pipistrello.
Questo in soldoni è l’incipit del titolo, che seppur non originale
risulta in un certo qual modo interessante, affrontando la repressione
da un punto di vista sicuramente singolare. Anche stilisticamente il
gioco non brilla per originalità puntando su uno stile fumettoso,
confusionario e con la prevalenza dei colori rosso, nero e grigio,
rimanendo efficace nel suo piccolo, ma tendendo a stancare dopo poche
ore di gioco.
Oltre quindi a una generale mancanza di inventiva, i difetti lampanti
e deficitari di I Want To Be Human, purtroppo, non si fermano a questo
significativo ma tralasciabile aspetto, e anzi caratterizzano solo
l’inizio di una lunga discesa nell’oblio.
Il titolo è un platform a scorrimento laterale dove ci sarà richiesto
di inoltrarci in vari livelli e affrontare i nemici e gli ostacoli che
ci si pareranno davanti con il solo ausilio del fucile, unica arma a
nostra disposizione dall’inizio fino alla fine del gioco.
Paradossalmente possiamo notare quanto il gioco sia confusionario già
solo dal menù, dove ci sarà permesso di selezionare i livelli a cui
vorremmo giocare. Questo si presenta terribilmente pasticciato e poco
intuitivo, tanto che arriverete a chiedervi quale effettivamente sia
l’ordine preciso dei livelli.
Ed è già dal primo di essi che possiamo constatare tutti gli enormi
problemi del titolo, che passano da un level design folle e “poco
pensato” fino a un gameplay che non si potrebbe definire in nessun altro
modo se non “sbagliato”. Appena avviata la partita, vi renderete già
conto del leggero lag dell’input dei comandi con il quale, volenti o
nolenti, dovrete imparare a convivere se la vostra intenzione è quella
di andare avanti in questa epopea. Come se poi non bastasse, agli
sviluppatori è venuta la brillanta idea di utilizzare l’analogico
sinistro, già adibito al comando di spostamento del personaggio, anche
come sistema di puntamento dell’arma, causando una confusione generale
imbarazzante e una serie di morti indegne per saltare e sparare
contemporaneamente.