
Sotto la direzione editoriale di Roberto Recchioni, una delle svolte narrative più importanti per
Dylan Dog
è stato il pensionamento dell’ispettore Bloch, avvenuto quasi un anno
fa sul n. 338 della serie regolare con una storia speciale scritta da
Paola Barbato e disegnata da Bruno Brindisi. Gli stessi due autori
firmano questo sequel che denota lo stesso tono grottesco e surreale.
Il primo merito della Barbato è quello di uscire, come di consueto,
dalla struttura convenzionale delle vicende dell’indagatore dell’incubo.
In questo caso, l’assenza di una scena ad effetto in apertura della
storia potrebbe sembrare una debolezza. Non è così. L’autrice ci porta
infatti nella quotidianità di Dylan introducendo subito uno dei temi del
racconto, ovvero l’incapacità di lasciarsi alle spalle le proprie
abitudini. Ed è qui che entra in gioco il pensionato Bloch,
evidentemente in conflitto con la sua attuale condizione. Strappato alla
sua dimensione cristallizzata di comprimario dell'(anti)eroe,
l’ex-ispettore di Scotland Yard si tormenta in quel limbo che è
Wickedford aggrappandosi con forza a qualche mistero da risolvere.
La sceneggiatura è attentissima e viene ritagliato uno spazio
funzionale per tutti i personaggi. Dylan torna finalmente ad essere il
motore della storia, sia sul piano emotivo che su quello investigativo;
Bloch, come detto, è la figura paterna che si ostina a tornare in pista
giocando un ruolo fondamentale; Groucho e Jenkins si scoprono coppia
comica complementare, con il primo che canzona il secondo, completamente
privo di senso dell’umorismo e incapace di capire il sarcasmo. Seguiamo
la spalla di Dylan anche in un’inedita versione action. L’ispettore
Carpenter è il solito caparbio ostruzionista nei riguardi
dell’indagatore dell’incubo mentre Rania è l’ago della bilancia tra i
due.
Risultato di una famiglia disfunzionale, l’immortale Nora torna per
distruggere quella Dylan, coadiuvata dalla spalla Gus. Una delle battute
della donna, “Quando non devi mangiare, dormire o respirare, ti resta
tanto tempo libero da ammazzare”, sembra una metafora della noia di
vivere tipica dei pensionati. Le tematiche della storia vengono
catalizzate nell’elemento dell’imbalsamazione introdotto da Lauren
Stetson, nuovo pittoresco personaggio, con una sequenza didattica che
non appesantisce la lettura.
La Barbato evita quasi del tutto i balloon pensiero e, una volta
tanto, evita lo spiegone finale. Inoltre esce dall’imbalsamata gabbia
bonelliana costruendo le tavole con maggior estro. In alcuni casi
vediamo vignette doppie orizzontali più strette del solito, vignettone
utilizzate per i momenti più ad effetto ed anche una splash-page nel
momento culminante. Brindisi si diverte tra sequenze splatter e slasher
sempre più estreme che portano al delirante finale nel quale viene
citata
L’alba dei morti viventi, primo numero della serie.
Efficace come al solito la caratterizzazione estetica e la profondità
espressiva dei protagonisti con fisionomie cesellate dalle chine in un
netto contrasto tra bianchi e neri che si mescolano solo in qualche
ombreggiatura.
Ancora una volta si può dare alla storia un’ulteriore chiave di lettura metanarrativa laddove il nuovo corso editoriale di
Dylan Dog
si propone di tirar fuori la serie dalla tassidermia in cui era
piombata continuando però a guardarsi indietro, vuoi per legittima
nostalgia, vuoi per la fedeltà a quelle che sono le fondamenta del
personaggio. In tal senso, la Barbato e Brindisi ci consegnano una
storia che riconcilia col più puro spirito della serie, sostenuta da una
buona dose di autorialità senza impantanarsi nel manierismo a cui i
lettori si erano assuefatti.